Pesca di frodo | Po devastato. Giro di vite contro i predoni dell’Est

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Elettrostorditori, prodotti chimici, chilometri di reti, camion frigo. E’ questo l’armamentario dei bracconieri che da anni devastano il Po interessando le tre regioni che si affacciano sul più grande fiume italiano: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna.

A fine anni Novanta i pescatori di frodo in queste zone erano in gran parte ungheresi poi sono arrivati i rumeni: tra questi i lipoveni, di origine russa, stanziati da secoli nelle terre attorno alle foci del Danubio. Accusati di praticare metodi di pesca particolarmente invasivi e crudeli, i lipoveni hanno abbandonato le loro abituali zone di pesca dopo che il delta del più grande fiume europeo è stato dichiarato patrimonio Unesco: gli ingenti investimenti della comunità internazionale hanno convinto le autorità rumene a rendere la vita difficile ai pescatori di frodo.

I bracconieri, tra cui certamente i lipoveni, hanno devastato il Danubio deprivandolo di buona parte del patrimonio ittico, ma una volta cacciati hanno individuato nel Po il luogo ideale per praticare una pesca violenta capace di saccheggiare acque già compromesse dall’inquinamento.

Come agiscono i pescatori di frodo? Prevalentemente di notte, piazzando centinaia di metri di reti sul fondale: opportunamente “segnalati”, grazie a punti fisici piazzati sulle rive, vengono poi issati e ritirati dopo alcuni giorni di attesa. Non raro l’utilizzo di elettrostorditori capaci di sfruttare l’elettricità prodotta da batterie: un metodo di pesca rischioso e totalmente illegale che permette di stanare il pesce nascosto in profondità. L’uso di prodotti chimici rappresenta un’altra modalità di pesca particolarmente invasiva che permette di “infastidire” il pesce sospingendolo verso le reti.

Il pescato così catturato viene poi in alcuni casi sfilettato nottetempo sul posto entro un’area di circa 4 mila chilometri quadrati per la sola zona di Ferrara. Uno dei protagonisti della lotta al bracconaggio è certamente Claudio Castagnoli, comandante della polizia municipale della provincia ferrarese, che ha illustrato le tecniche utilizzate dai “predoni dell’Est” a quei non molti giornalisti che si sono occupati dello stato del Po.

Castagnoli sa bene con chi ha a che fare ogni giorno e individua nei lipoveni, provenienti dalla zona di Tulcea, in Romania, i maggiori responsabili del depauperamento delle acque del Po assieme all’alto tasso di inquinamento che di fatto stimola riflessioni sulla salubrità del pescato.

I lipoveni nel ferrarese rappresentano un fenomeno non particolarmente antico: secondo lo stesso capo della polizia provinciale il primo avamposto risalirebbe al 2012, zona del rodigino, con una diffusione lungo il Po e il coinvolgimento delle province emiliane, venete e lombarde che si affacciano sul più grande fiume italiano.

Il presidente della provincia di Rovigo, Marco Trombini, ritiene che nel brevissimo periodo, senza una efficace azione di contrasto, di fatto fortemente limitata dall’esiguità del personale impiegato e dalla vastità delle aree da controllare, le acque dolci del rodigino saranno completamente spogliate delle proprie risorse ittiche. Un Trombini che sembra avere molto a cuore il destino di queste acque: in cantiere un ambizioso progetto sul turismo ittico che rischia di saltare proprio a causa dei pescatori di frodo. Trombini incolpa, di fatto, i bracconieri rumeni, senza risparmiare quegli italiani che hanno costituito varie forme di collaborazione con i nuovi arrivati spesso nascondendosi dietro licenze di pesca professionale.

I pescatori di frodo che cosa dicono? Facile incontrarli, difficile sapere cosa pensino, soprattutto a microfoni accesi. Quei pochi che accettano di parlare, non certo i più pericolosi, danno l’impressione di vivere ai limiti della legalità: d’altronde le grane con la guardia di finanza o la polizia provinciale sono all’ordine del giorno. I rumeni confermano quelli che erano i sospetti: il passaggio dal Danubio al Po è stato dettato dalla mancanza di altre possibilità, a seguito della durissima repressione del fenomeno del bracconaggio attuata dal governo di Bucarest.

Il maggiore nemico, di autorità e bracconieri, sembra essere il “silurus glanis”, meglio conosciuto come “pesce siluro”, la cui immissione nelle acque italiane è relativamente recente: si parla, infatti, di “specie alloctona” essendo stata inserita nelle acque del Nord Italia solo negli anni Sessanta. Gli esperti sostengono che gli equilibri naturali delle acque dolci a partire dal Po siano stati compromessi da secoli, sia a seguito dell’immissione di specie particolarmente invasive sia per le opere di bonifica; un grande ruolo viene anche attribuito all’inquinamento.

In realtà il pesce siluro sembra svolgere un ruolo di contrasto proprio verso altre specie alloctone: è attestata una particolare predilezione, da parte di questo grande pesce, per i gamberi e in particolare per il “procambarus clarkii”, ovvero il “gambero killer”, altro esempio di importazione avventata.

La caccia al siluro, considerato specie infestante, è ulteriormente incentivata dal fatto che in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia (articolo 3 comma 9 del regolamento regionale sulla pesca), il rilascio, dopo la cattura, dei pesci cosiddetti “alloctoni”, per l’appunto non indigeni, è vietato dalla legge; non sono stati rari i casi in cui il rilascio di un pesce siluro, di dimensioni anche considerevoli, sia stato multato dalle autorità: i pescatori si domandano come smaltire un pesce che in qualche caso può arrivare anche a 130 kg. Chi cattura l’animale è infatti deputato, per legge, al suo smaltimento che ha un costo, a carico del privato, proporzionale al peso del pescato: senza contare un aumento dell’esborso nel caso in cui la carne vada in putrefazione divenendo “rifiuto speciale”.

Capitolo sanzioni. Con quali mezzi le autorità contrastano il fenomeno del bracconaggio nel Po? Considerando la penuria di uomini e mezzi in un contesto territoriale particolarmente vasto e difficile, le forze dell’ordine godono dell’appoggio di volontari che presidiano il territorio, attuano ronde e fanno segnalazioni. Si tratta di comuni cittadini particolarmente sensibili alle condizioni del grande fiume, in diversi casi pescatori sportivi, che agiscono in gruppi spesso travisando il volto a causa del pericolo di vendette o rappresaglie da parte dei bracconieri, alcuni dei quali descritti come particolarmente aggressivi e addirittura armati. I regolamenti di conti tra privati non sono cosa rara nelle zone del ferrarese, con auto incendiate, barche rubate e scazzottate: i predoni mantengono spesso un atteggiamento sprezzante verso le stesse forze dell’ordine. Gli strumenti di contrasto utilizzati finora sono stati essenzialmente due: la contravvenzione e il sequestro dei mezzi.

Il primo appare quantomeno inefficace, vista la buona disponibilità economica dei “predoni” che preferiscono pagare una multa a fronte di introiti certamente maggiori; esistono però casi in cui le contravvenzioni non vengono pagate perché i bracconieri se ne tornano in Romania o risultano nullatenenti. Il sequestro dei mezzi, reti, barche e camion, celle frigorifere clandestine comprese, rappresenta l’eventualità più temuta dai “predoni del Po” e di sicuro la strada giusta per contrastare un fenomeno in ascesa che rischia di deprivare i nostri grandi corsi d’acqua di un patrimonio ittico fluviale di inestimabile valore.

Da segnalare una importante e recentissima novità normativa: è della legge 28 luglio 2016, n. 154 in materia di “semplificazione, razionalizzazione e competitività dei settori agricolo e agroalimentare”: la norma contiene sanzioni stringenti in materia di pesca illegale. Di particolare interesse l’articolo 40 della legge, sul contrasto del bracconaggio nelle acque interne, che vieta di “stordire, uccidere e catturare la fauna ittica con materiali esplosivi di qualsiasi tipo, con la corrente elettrica o con il versamento di sostanze tossiche o anestetiche nelle acque” e di “utilizzare reti, attrezzi, tecniche o materiali non configurabili come sistemi di pesca sportiva”: la norma vieta “la raccolta, la detenzione, il trasporto e il commercio degli animali storditi o uccisi”stabilendo come pene l’arresto da due mesi a due anni o l’ammenda da 2 mila a 12 mila euro. Previste anche la sospensione della licenza di pesca professionale per tre anni e la sospensione dell’esercizio commerciale in caso di vendita degli animali storditi o uccisi con le modalità vietate. E’ inoltre prevista anche l’immediata confisca degli strumenti utilizzati per la pesca di frodo, i mezzi di trasporto e conservazione del pescato (camion frigo).

Pubblicato su Agoravox.it, agosto 2016

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