Riconvertire a Chernobyl. L’esempio di Slavutich, la nuova Pripyat

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Era una bellissima notte di fine aprile quando nel 1986 il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl saltava in aria dando inizio al più grave incidente nucleare della storia. Tra le conseguenze, la tardiva evacuazione di Pripyat, oggi città fantasma rimpianta dagli ex abitanti, meta di turisti in cerca di emozioni forti, e la fondazione di Slavutich, a 50 km dal disastro, 200 da Kiev, tipica città di servizio sovietica, ultimo esempio di efficientismo made in Urss: costruita dal nulla nel 1987, a 12 km dal confine con la Bielorussia, Slavutich è amministrativamente subordinata all’Oblast’ di Kiev e poco distante dalla riva destra del fiume Dnepr da cui prende l’antico nome slavo.

In un’intervista concessa alla Pravda, era il 10 ottobre 1986, Erik Pozdyshev, il nuovo direttore della centrale nucleare di Chernobyl, annunciava ufficialmente la costruzione della città: i primi cantieri vennero aperti nel gennaio ’87, nel marzo ’88 furono consegnati i primi appartamenti.

Slavutich è stata pensata e realizzata a una distanza ragionevole da Chernobyl per minimizzare il rischio di malattie legate all’esposizione alle radiazioni. Un’ulteriore precauzione è stata presa ricoprendo la zona con uno strato di due metri di suolo incontaminato.

Slavutich avrebbe dovuto essere la città ideale del XXI secolo, così come la immaginava la nomenklatura sovietica alla fine degli anni 80, nella speranza di dare vita a un socialismo dal volto umano per gli anni 2000. Andò male, com’è noto, con la bandiera dell’Urss ammainata sul tetto del Cremlino nel 1991. Furono otto le repubbliche sovietiche che, attraverso i propri architetti e il proprio gusto, contribuirono alla fondazione della città e otto i quartieri che presero il nome da ciascuna capitale: Kiev, Tallin, Riga, Vilnius, Erevan, Baku, Tbilisi e Mosca.

Centinaia le famiglie di Pripyat che si stabilirono qui nei primi anni: ad attrarle una città moderna, con centri ricreativi, teatri, palestre, scuole. Le infrastrutture e pubblici servizi sono stati fin da subito a carico della centrale nucleare di Chernobyl: un microcosmo che alla fine degli anni 80 quasi non si rese conto del crollo del grande impero sovietico.

Slavutich è una città di ingegneri e operai specializzati, nella quale la disoccupazione, sentendo le parole del sindaco, dovrebbe aggirarsi all’1,8 per cento: una cifra incredibile non soltanto nel difficile scenario ucraino, ma persino per quello fintamente opulento della vecchia Europa. Sviluppo e capacità di riconvertirsi possono essere visti come un esempio: sono numerosi i programmi di assistenza sociale operanti sul territorio finalizzati alla prevenzione nell’uso di droga e alcol tra i giovani, così come quelli che puntano alla riabilitazione di bambini disabili e alla didattica scientifica.

La città è dotata di quattro scuole secondarie, biblioteche, centri sportivi e ricreativi. C’è anche una società privata che addestra contractors, la “Omega Consulting Group”. Dal 2000 opera a Slavutich una sede decentrata del Politecnico di Kiev.

La centrale non è un qualcosa che si spenga come un’automobile, ma una macchina complessa e bisognosa di continui controlli. C’è moltissimo da fare: se il nuovo sarcofago è quasi pronto nel medio periodo bisognerà procedere allo smantellamento del vecchio, senza contare il problema del combustibile nucleare ancora presente nel ventre del reattore esploso e la questione cruciale dello stoccaggio di scorie e materiale contaminato. Slavutich vivrà ancora a lungo a dispetto di quella data, il 2064, prevista nel piano di liquidazione del complesso nucleare di Chernobyl: tutto puramente indicativo perché tutto procede a rilento. Semplicemente non si sa con cosa si avrà a che fare quando toccherà smantellare pezzo per pezzo il vecchio reattore numero quattro.

Slavutich è una città di liquidatori: i vecchi che parteciparono alla messa in sicurezza del reattore e delle zone limitrofe sono quasi tutti morti, ma rimangono i parenti. Poi ci sono i lavoratori che tuttora operano nel sito di Chernobyl, sensibilmente diminuiti rispetto agli anni d’oro, e soprattutto l’intellighenzia locale fatta di ingegneri e tecnici. Numerosi gli operai, molti dei quali stranieri, che lavorano al cantiere del New Safe Confinement, il nuovo sarcofago costato 1,5 miliardi di euro.

L’idea prevalente a Slavutich sul delicato tema dell’energia nucleare è resa chiaramente dalle parole del sindaco: “Il nucleare permette di avere energia a basso costo”, dice Fomichev, “e noi sappiamo più di tutti che non è innocuo per l’ambiente e comporta dei rischi, ma il consumo di energia in tutto il mondo è in crescita. Riteniamo che fare a meno del nucleare al momento non sia conveniente. Il nucleare dovrebbe essere visto come una normale componente dell’economia, in primo luogo in Ucraina. Più del 60 per cento (in realtà meno del 50, secondo i dati IAEA, ndr) di energia elettrica che consumiamo nelle ore di punta viene dal nucleare”.

Slavutich ha avuto un prevedibile periodo di crisi negli anni immediatamente successivi alla chiusura della centrale di Chernobyl, ma i progetti di messa in sicurezza della zona e gli investimenti internazionali hanno consentito di ammortizzare le perdite di posti di lavoro: “Sono molto interessanti le dinamiche del mercato immobiliare”, dice il sindaco Fomichev, “perché il picco nella caduta dei prezzi degli immobili risale al biennio 2001-2002. Adesso, quindici anni dopo, i prezzi delle case sono significativamente più elevati”.

I dipendenti licenziati da Chernobyl dove sono stati ricollocati? “In primo luogo, dopo la fermata della centrale è stata costituita una nuova società legata al nucleare”, risponde il sindaco, “ovvero la AtomRemontService ad altissima specializzazione che impiega 800 persone. Già questo permette a molte famiglie di guardare con serenità al futuro. Abbiamo da poco festeggiato il quindicesimo anniversario della Atom: nessuno ci credeva, ma adesso abbiamo tecnologie all’avanguardia. Il basso tasso di disoccupazione a Slavutich è dovuto principalmente ai progetti internazionali, come il nuovo sarcofago, l’ISF-2 (impianto di stoccaggio intermedio per il combustibile nucleare esaurito “di tipo secco”, ndr) e altri progetti minori. Con la zona economica libera (una sorta di “zona franca”, ndr) abbiamo creato circa un migliaio di posti di lavoro. Insomma, abbiamo semplicemente provato a diversificare”.

Il taglio delle prestazioni sanitarie a carico dello Stato, conseguenza della crisi ucraina, si è fatto sentire ma Fomichev non si lamenta: “Ci siamo arrangiati anche grazie al fatto di avere una popolazione giovane: più di un terzo dei nostri abitanti ha meno di 18 anni”.

Il sindaco di Slavutich ritiene che il futuro, per la propria città, sia a portata di mano: “diversificare” e “riconvertire” sembrano essere le parole d’ordine obbligate in un contesto in cui i lavoratori della vicina centrale sono passati dai novemila del 2001 agli attuali tremila.

Non tutto luccica, però: tanti ex lavoratori di Chernobyl non reinseriti nel ciclo produttivo sono andati in pensione anticipata rifugiandosi nell’alcolismo, piaga sociale sentita anche in questo angolo di Ucraina sia pur in modo minore rispetto ad altre zone dello spazio ex sovietico. Programmi di riqualificazione professionale sono stati finanziati da Kiev per migliorare le prospettive di coloro che hanno perso il posto di lavoro; nonostante questi sforzi il rischio di una emigrazione da Slavutich rappresenta uno scenario non ancora del tutto scongiurato.

Pubblicato su Agoravox.it, maggio 2016

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