Chernobyl. Arriva il nuovo sarcofago

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L’NSC in una foto di Tim Porter

Guadagnare tempo. E’ questo lo scopo del New Safe Confinement, il nuovo sarcofago in costruzione presso il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Una nuova imponente copertura per inglobare il mostro fatto di tonnellate di uranio, plutonio e corium, la corrosiva lava radioattiva frutto della fusione del nocciolo del reattore e delle strutture interne.

Il costo complessivo del cosiddetto “Shelter Implementation Plan”, di cui l’NSC è il progetto più importante, è lievitato nel tempo fino a raggiungere gli attuali 2,15 miliardi di euro: i tempi di realizzazione, non a caso, sono stati più volte disattesi proprio per mancanza di fondi e per qualche contrattempo di ordine ambientale come le pesanti nevicate dell’inverno 2013/14 che hanno provocato un aumento di radioattività nella zona con conseguente momentanea evacuazione degli operai impiegati nei cantieri.

Il vecchio sarcofago, quello costruito nel 1986, nei mesi immediatamente successivi all’esplosione del reattore, rischia di crollare: per scongiurare un simile scenario è stato puntellato il muro occidentale della grande tomba, quello che più preoccupava gli ingegneri, ma non basta.

Il vecchio sarcofago mostra crepe, dovute all’età, e alla velocità con il quale è stato costruito; è semplicemente imperfetto perché frutto di condizioni estreme: l’acqua filtra all’interno e l’altissima radioattività, associata alla mancata possibilità di manutenere gli interni, ne mina la stabilità. L’NSC servirà, appunto, a guadagnare qualche decennio in attesa che si capisca come intervenire per smantellare il vecchio sarcofago sovietico e l’inferno di uranio-plutonio dentro il reattore esploso.

Una sfida ciclopica, dunque: se le conoscenze tecniche sono oggi sufficienti a realizzare l’obiettivo della relativa messa in sicurezza del reattore, i dubbi sulla possibilità di smantellare le vecchie strutture ormai decrepite che potrebbero crollare sui resti della centrale con forti e conseguenti rilasci di radioattività, e naturalmente la rimozione del combustibile nucleare, rimangono tuttora irrisolti.

In un surplus di realismo qualche esperto del Chernobyl International Department, opportunamente interpellato, si è lasciato andare a valutazioni non rassicuranti: se l’NSC è l’unica cosa attualmente fattibile, alle prossime generazioni spetterà la risoluzione del problema di Chernobyl attraverso la rimozione delle sostanze radioattive ancora presenti in loco. Come dire che si sta semplicemente nascondendo la polvere sotto il tappeto; nessuno sa precisamente cosa fare: sarà di certo un lavoro per i robot che però hanno finora dimostrato di essere particolarmente sensibili alla radioattività.

Per la costruzione dell’NSC è stato creato il consorzio Norvarka, capeggiato dai francesi di Vinci Construction Grand Projets e Bouygues Travaux Publics, che ha vinto la gara d’appalto nel 2007 subappaltando progressivamente una parte dei lavori a ditte specializzate e alla nostra Cimolai: l’azienda di Pordenone ha realizzato lo “scheletro” d’acciaio dell’arco. Il fondo che finanzia l’opera è il risultato del contributo di Unione europea, Usa e singoli Stati tra cui l’Italia ed è gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). I lavori veri e propri sono iniziati nel 2012 (quelli preliminari nel 2009), con tanto di benedizione dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovyč e il completamento dell’opera è stato continuamente posticipato a causa delle difficoltà tecniche, della ciclica mancanza di fondi e dalle note tensioni tra Russia e Ucraina. A dimostrazione dei problemi riscontrati per la realizzazione del nuovo sarcofago basti ricordare che il progetto dell’NSC risale al G7 di Denver del 1997, nonostante l’urgenza dovuta all’evidente precarietà della vecchia struttura di contenimento del reattore esploso.

Il nuovo sarcofago è alto 110 metri, lungo 164 e largo 257: i pezzi vengono assemblati in un’area opportunamente bonificata a ovest della centrale, a circa trecento metri dal reattore esploso, nella quale gli operai possono lavorare in condizioni di relativa tranquillità: costantemente monitorati godono di ampi periodi di riposo e applicano le disposizioni “Alara” (acronimo di “As low as reasonably achievable”) in vigore per chi presta servizio nell’industria nucleare.

Gli operai portano due dosimetri, uno che mostra l’esposizione in tempo reale e il secondo la dose raggiunta dal singolo lavoratore: a un limite di esposizione quotidiano alle radiazioni se ne aggiunge uno annuale. Il dosimetro emette un segnale acustico quando i limiti sono raggiunti e l’accesso del lavoratore al sito viene impedito. Sul tetto del sarcofago un operaio può stazionare solo dieci minuti prima che sia raggiunto il limite giornaliero: in caso di valori anomali si viene mandati a Kiev per tre giorni di test. Si calcola che circa venti lavoratori al mese vengano inviati presso la capitale ucraina per controlli. In qualche caso si tratta purtroppo di ingestione o inalazione di granelli di polvere radioattiva.

Buona parte della forza lavoro che opera nel sito di Chernobyl proviene da Slavutyč, la nuova Pripyat, costruita nel 1986 per dare ospitalità ai lavoratori della centrale e ancora oggi abitata da persone che hanno comunque a che fare con la messa in sicurezza del reattore e la costruzione del nuovo sarcofago.

Le autorità ucraine hanno creato la zona di esclusione di 30 km attorno a Chernobyl, un’area che, si dice, non sarà completamente sicura per i prossimi 20.000 anni; nonostante ciò i livelli di radioattività nei pressi dell’NSC sono eccezionalmente bassi. Sembrerebbe che le radiazioni qui siano inferiori a quelle di molte città europee e americane. Nonostante ciò Chernobyl rimane un posto pericoloso: basta allontanarsi duecento metri dalla zona bonificata per vedere uno spiegamento di tute bianche e maschere antigas obbligatorie a causa dei livelli di radioattività a tutt’oggi estremamente elevati.

Insomma, sbarazzarsi del materiale radioattivo presente nel reattore esploso rappresenterà un’impresa al cui confronto la costruzione dell’NSC sembrerà quasi uno scherzo. Attualmente mancano sia i fondi che le tecnologie: se ne riparlerà fra cinquant’anni, dicono gli esperti.

Tra le varie trovate escogitate dagli ingegneri per garantire un apprezzabile periodo di operatività all’NSC bisogna ricordare l’innovativo sistema che consente di mantenere un livello di umidità inferiore al 40 per cento in modo da scongiurare la formazione di condensa all’interno e pericolosi fenomeni corrosivi nel lungo periodo. La condensa è temutissima dagli ingegneri perché dà luogo a “piogge” che cadendo sul contenuto radioattivo del rifugio possono contaminare la falda.

Attualmente l’Ucraina non ha strutture permanenti per lo stoccaggio di rifiuti nucleari come quelli del reattore numero quattro; quando iniziarono i lavori nell’ex repubblica sovietica mancava tutto: sono stati costruiti centri di formazione per gli operai reclutati in loco e tirati su gli uffici, portata la linea Internet, costruite le strade verso il sito, decontaminate le aree nelle quali sono sorti i cantieri.

Pare che l’NSC, tenuto insieme da 680 mila bulloni, sia a prova di tornado e terremoti: se i primi si verificano raramente in Ucraina, i secondi rappresentano un pericolo reale. Naturalmente nessuno si augura di dover verificare dal vivo la tenuta della costruzione.

Nulla è casuale nell’NSC, nemmeno la forma ad arco che è funzionale allo “scivolamento” dell’opera tramite rotaie fino al reattore esploso (molto più difficile il posizionamento di una forma squadrata).

I più ottimisti prevedono la conclusione dei lavori entro il 2017, ma se qualcuno fosse interessato a scommettere un euro sull’anno di inaugurazione di questo gigante farebbe forse meglio a puntare sul 2018.

Pubblicato su Agoravox.it, maggio 2016

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